Dopo una breve parentesi televisiva/documentaristica del 2002, Jaume Balagueró e Paco Plaza tornano a far discutere grazie all'applaudito (al 64° Festival di Venezia) Rec: horror psicologico realizzato con l'immersiva tecnica registica della camera a mano. Così come per The Blair Witch Project e il recente Cloverfield, tale tecnica rende la storia realistica, come se stesse accadendo realmente davanti ai nostri occhi. Il film appare in effetti un documento filmato da chi lo fruisce: Pablo, il cameramen, è in verità lo spettatore e come tale non riesce a distinguere la realtà dalla finzione. O forse, gli fa comodo per scelta.
Angela (Manuela Velasco) e il cameramen stanno realizzando un programma televisivo: la puntata di “Mentre tu dormi” prevede un giro di ricognizione nella sede dei vigili del fuoco a Barcellona; documento video d'informazione, e perché no, di svago rivolto a tutti quei telespettatori che la notte difficilmente riescono a prendere sonno. Tutto procede tranquillo, fino a quando, all'improvviso, scatta la sirena. Angela e il cameramen non si fanno scrupoli e salgono nel camion insieme ai soccorritori per raggiungere una signora anziana in difficoltà. Quello che ne seguirà sarà una notte di terrore e violenze concentrati in un unico e invalicabile condominio spagnolo…
Rec coniuga le atmosfere oscure di Darkness (Jaume Balagueró) con quelle prettamente claustrofobiche e paranoiche di Second Name (Paco Plaza). Ma l'origine è molto più videoludica di quanto non sembri. Il film è macchiato da particolari elementi dei survival horror più classici: dal capostipite Alone in the Dark – per via dell'oscura saturazione dei colori negli ambienti al chiuso e dei riusciti giochi di luce e ombre – fino a citare l'acclamata serie di Resident Evil, cui prende come riferimento il fulcro centrale della storia, ovverosia un derivato del famoso T virus; in grado di trasformare al solo contatto gli esseri umani in famelici zombi. Le atmosfere angoscianti fanno da contraltare alla relativa semplicità dello storyline, più un'esigenza narrativa che una vera scelta stilistica. Tutto funziona proprio perché viene data la possibilità allo spettatore di fruire, nel modo più semplice e chiaro possibile, delle palpabili paure vissute dai protagonisti.
I tempi per approfondire la storia vengono scanditi attraverso improvvisi colpi di scena, nella fattispecie corpi che crollano dal soffitto e violenti attacchi combinati da cardiopalma. La minaccia si rivela col tempo, conservando nell'ultimo quarto d'ora - attraverso un'irrequieta fuga che sembra non finire mai - un'angosciante verità.
Se in The Blair With Project la lentezza favorisce uno svolgimento narrativo diluito e poco appariscente, in Rec avviene l'esatto contrario. La pellicola è nella sua combinazione semplicistica un inquietante modello cinematografico di terrore e tensione. Ecco perché si perdona molto facilmente la poca incisività della sceneggiatura: frammentata e poco originale; poiché di contro i due registi riescono a riportare l'horror di serie-b alle vette inquietanti di un tempo. E per un prodotto di così bassa statura, già questo è un grande risultato.
“Pablo riprendi tutto… porca puttana!”