Su questo semplice concetto si basa la sceneggiatura di Sergio G. Sanchez. Una costruzione quasi tellurica, densa di messaggi multitematici che prima distruggono e dopo assestano un territorio astratto, composto da inquietanti fantasie e visioni agghiaccianti, paure ed esasperazioni. “The Oprhanage” richiama quasi spudoratamente “Il nascondiglio“ di Pupi Avati in più di un'occasione sebbene mantenga un certo distacco nel linguaggio e nello stile visivo. I richiami al cinema europeo dopotutto non mancano e la capacità compositiva del regista, qui al suo esordio cinematografico, lascia di stucco per stile e coerenza immaginifica nonostante la giovane età. Juan Antonio Bayona è riuscito nel difficile intento di far coincidere quell'aspetto patinato tipico del cinema americano con un più denso e significativo spleen decadente. Il risultato è un film intenso e coinvolgente, come pochi altri nel suo genere.
The Orphanage narra di una donna, Laura, che torna nel vecchio orfanotrofio nel quale ha vissuto sin da piccola prima che venisse affidata a una coppia di genitori amorevoli. La sua volontà è nobile: trasformare quel luogo fitto di ricordi in un caldo e accogliente centro per bambini disabili. La donna vive insieme al marito, Carlos, e al figlio Simon. In seguito a una gita in una grotta, Simon asserisce di aver incontrato altri bambini e di aver stretto con loro un forte dialogo. Le parole del bambino però vengono mal interpretate da Laura fino al punto in cui, stanca di sentirsi dire simili assurdità, lo intima di smetterla, augurandogli di crescere una buona volta. Basta uno schiaffo di troppo a distruggere la vita di una giovane madre, la quale in preda a crisi di panico, inizierà un viaggio allucinante, giostrato da bambini i cui giochi manipoleranno indelebilmente il suo subconscio. Un gioco nell'incubo in cui maschere, volti e sofferenza comunicano un solo ed unico stato di malessere: quello di una donna a cui hanno portato via tutto.
Il regista - spalleggiato (incredibile a dirsi) da una troupe di giovani artisti al loro esordio cinematografico – fa leva sulla straordinaria interpretazione di Belén Rueda per comunicare uno stato di angoscia primitivo, talmente naturale e opprimente da risultare istintivamente alienante. Un plot certo non originale ma che matura in parallelo con lo sviluppo, fino a raggiungere temi e stati emotivi inediti per il genere. Nel genere horror mistificare il tempo e lo spazio ai fini di suscitare paura e brivido è una pratica comune, tuttavia in The Oprhanage Bayona ne perfeziona la pratica. La regia è precisa, vista la sua impronta fortemente classica, ed evita furiosi e confusionari movimenti di camera favorendo la tensione del silenzio. Ottime le interpretazioni degli attori – in particolar modo Geraldine Chaplin e il piccolo Roger Príncep – sfumate da un'elegante fotografia e da una intensa colonna sonora.
Che sia prodotto da Guillermo del Toro poi, non è un caso. La pellicola e si catalogabile come horror classico, eppure è in grado, nel suo risvolto finale, di amalgamare favola e terrore, commozione e redenzione. The Oprhanage merita tutto il clamoroso successo riscosso in Spagna e ci auguriamo tale si confermi in Italia così come nel resto del mondo. Il film è un tassello illuminante in un mercato devoto alla violenza fine a se stessa. Magico, come la favola di Peter Pan a cui sembra attingere di continuo; raggelante come la mano fredda della morte che sfiora sensibilmente la nostra spalla.
Imperdibile.