Il primo episodio di Saints Row è stato un tentativo decisamente buono di distogliere l’attenzione dei giocatori appassionati di street crime dallo storico brand di Rockstar che in questo senso l’ha fatta da padrone per anni.
Purtroppo, a differenza di quanto successo con altri giochi (usciti anche se con mesi di ritardo sulla lucida console Sony )il titolo THQ non ha mai lasciato casa Microsoft. Almeno fino ad oggi, con l’uscita del secondo capitolo.
Amaro risveglio
Cinque anni sono passati dalla fine del precedente Saints Row e noi, dopo questo lungo periodo di coma, ci risvegliamo all’interno della sezione ospedaliera di una prigione con un solo, ovvio, scopo: fuggire e recuperare i contatti con i membri della nostra banda. Purtroppo non tutti i risvegli sono allegri e a volte nascondono amare sorprese. Nel nostro caso troveremo una Stillwater (città nella quale è ambientato il titolo) completamente cambiata: notevolmente espansa rispetto a prima, con un capo della polizia dai trascorsi burrascosi e con un profondo cambiamento nell’asset underground. La nostra crew, i Saints, sono praticamente allo sbando, e tre nuovi gruppi si contendono il comando degli affari sporchi: Sons of Samedi, Brotherhood, Ronin. Questi i nomi che dovrete combattere una volta recuperati i membri del gruppo per far tornare i Saints al vertice della piramide della microcriminalità.
Libertà personale e metropoli viva
La fuga dalla prigione è il classico tutorial che ci guida all’interno delle meccaniche di gioco, una formula oramai consolidata presso praticamente tutti gli sviluppatori. Quello che invece non è ancora così consolidato (e che in Saints Row 2 rende perfettamente) è la resa di Stillwater. La città è davvero enorme, con alcuni quartieri in più rispetto al primo episodio, e vive di vita propria indipendentemente da noi. Possiamo vedere gente camminare, litigare, fare incidenti, tutto senza curarsi minimamente di noi, almeno fino a quando non ci decideremo a fare qualcosa che coinvolga altri personaggi: allora anche qui potremo verificare che ogni cittadino è una storia a se… proviamo a derubare qualcuno e ci sarà chi scappa terrorizzato, chi invece reagirà cercando di renderci pan per focaccia.
La struttura del gioco è piuttosto aperta: Volition ha creato numerosissime missioni da portare a termine, alcune delle quali però necessitano di una certa reputazione prima di essere disponibili. Incremento della reputazione ovviamente ottenibile solo completando varie attività in giro per il gioco.
Un’altra nota di merito va proprio alle missioni, divertenti e sempre piuttosto varie, siano esse quelle principali che quelle di contorno. Queste ultime hanno goduto di un’ulteriore iniezione di varietà, dato che oltre a quelle del primo capitolo, sono presenti altri spassosi “passatempi”: avete sempre voluto fare da guardia del corpo a una celebrità? Vi è antipatico qualcuno e vi piacerebbe distribuire “prodotti di scarto” (giocando capirete cosa intendiamo) sulle sue proprietà? In SR2 potete fare questo e molto altro. Potremmo andare avanti a lungo parlando di cosa è possibile fare per guadagnare soldi e reputazione, ma finiremmo lo spazio a disposizione della recensione solo citando le corse in jet-ski, i crash derby, il volteggiare nei cieli della città prendendo in prestito (per così dire) un velivolo.