Slogan d'effetto con cui raccoglieva applausi e sorrisi, Harvey Milk è stato negli anni 70 un attivista del movimento dei diritti degli omosessuali nonché icona di libertà. Nel 1977 è stato eletto consigliere comunale a San Francisco, divenendo il primo omosessuale dichiarato ad avere accesso a una importante carica pubblica in America. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. Harvey Milk ha incarnato per molti una nuova figura di militante per i diritti civili; e con la sua morte prematura, avvenuta per omicidio nel 1978, è diventato un eroe per tutti gli americani.
Gus Van Sant ne ricorda, grazie ad un magnifico cast, gli ultimi anni di vita.
Eletto “l'indipendente che piace a Hollywwod” da Antonio Termenini nell'omonimo libro, il regista ha seguito un percorso idealistico traballante: dopo le prime opere indipendenti, ricettacoli di stile, ricerca di un carattere individuale e sperimentazione, ha puntato Hollywood abbracciando la sceneggiatura di Matt Dillon e Ben Affleck (Will Hunting – Genio ribelle) per poi dedicarsi al remake di Psycho, celebre film di Hitchcock. Nel 2002 il ritorno - con Gerry, Elephant, Last Days e Paranoid Park - al suo cinema personale, che parla principalmente di se stesso e del suo rapporto con la società. Omosessuale dichiarato, Gus Van Sant grazie a Milk è riuscito finalmente a esprimersi senza maschere attoriali, riuscendo addirittura a tramutare Sean Pean, James Franco e Emile Hirsch in meravigliosi promotori del movimento gay americano. Meravigliosi non per niente: il loro legame sfonda i muri della finzione tanto che sarebbe riduttivo chiamarli attori. Nelle loro rappresentazione c'è anima, saggezza, fragilità e amore… e Penn ancora una volta lascia spiazzati. Un semidio.
Milk è un biopic intelligente: utilizza (saggiamente) saltuari filmati di repertorio - invisibilmente legati col girato - e si concentra sui focus e sui dettagli della pellicola per poi estendere il campo e dare libero spazio alla macchina da presa. Molti primi piani e lunghi piani sequenza; il film si sorregge sulle interpretazioni degli attori e celebra diversi stati d'animo grazie all'accompagnamento musicale, silente, di Danny Elfman. La struttura narrativa, a intervalli, tuttavia non sempre mantiene vivo l'interesse. Soprattutto nella parte centrale, quando si preclude un taglio eccessivamente documentaristico e politico, rallenta, salvo poi riemergere prima della conclusione – anche qui ci sarebbe da criticare l'accostamento troppo stucchevole con l'opera di Puccini, “Tosca”.
Va comunque dato più di un merito al regista, il quale, dopo l'ottimo Paranoid Park, è tornato a soffermarsi sull'individuo: su quell'Harvey Milk che lo aiutò negli anni 70, attraverso le sue idee, a non temere la propria identità sessuale, portandolo a scontrarsi violentemente contro chi minava gli ideali di un'intera nazione.