L'uscita su console next-gen di Afro Samurai fa riflettere: se pensate che in sole cinque puntate - per altro mai trasmesse in Italia – l'anime di Takashi Okazaki ha convinto Namco Bandai a investire ingenti somme di denaro per la diretta trasposizione videoludica, le conclusioni che se ne traggono da questa incredibile velocità produttiva sono due: una, è che la serie sia estremamente commerciale; secondo, le qualità artistiche e morali contenute in essa hanno talmente colpito la produzione da operare istantaneamente sul mercato dei videogiochi, probabilmente puntando sulla compatibilità di linguaggio.
La verità, come al solito, si posizione nel mezzo delle due ipotesi.
Spezzatino time
La creatura di Okazaki non nasconde una violenza esagerata né tanto meno una trama originale (con contaminazione moderne miste a classiche davvero assurde): entrambe delimitate da un tratto grafico attento al particolare, e da un doppiaggio originale che si avvale delle voci di Samuel L. Jackson (per il protagonista) e Ron Perlman (per Justice).
Il titolo sviluppato da Namco Bandai condivide con l'anime tutte le migliori qualità stilistiche, grazie alle quali parte dei profondi difetti di gameplay e meccaniche di gioco finiscono in secondo piano o addirittura dimenticati. Perché quando ci troveremo a vivisezionare a rallenty i ninja a ritmo di musica con brani presi di peso dalla serie e supervisionati dal noto rapper RZA, non esisterà nient'altro al di fuori di quell'esaltante violenza scenografica. Come prevedibile il genere di riferimento si conferma l'hack and slash (con tanto di boss di fine livello), in cui si è costretti a fronteggiare decine di nemici su schermo senza pause, sfruttando all'occorrenza le combo calci/pugni/spada che sbloccherete proseguendo nell'avventura. Namco Bandai tuttavia tenta una strada alternativa proponendo una tantum sezioni platform che maldestramente si incastrano alla frenesia dei combattimenti. La causa principale è da attribuire ai controlli approssimativi e all'instabilità della telecamera.
Ricorda chi sei
Problemi di gameplay che si ripercuoto non solo sulle sezioni di contorno ma sulla solidità della struttura portante, attentando proprio ai punti di forza della produzione giapponese. Così, nonostante un impatto visivo a lungo andare sempre più fine e brillante, la filosofia del “premi forsennatamente i tasti per uccidere chiunque si trovi nei paraggi” porta alla monotonia più spietata. Se a questo si aggiunge una longevità nella media (5/6 ore totali), oltretutto minata da una rigiocabilità pari a zero (mancano contenuti extra e modalità secondarie) e dall'assenza di qualsiasi supporto live (anche se Atari ha confermato di proporre successivamente contenuti scaricabili) si rende chiaro il quadro generale di un prodotto che ha abbondantemente deluso le aspettative.
Afro Samurai, inutile nasconderlo, è un gioco per voyer: meraviglioso da guardare, meno appagante pad alla mano. Un'occasione mancata seppur non sprecata, perché al titolo non mancano le idee originali, una storia coinvolgente e la speranza di un domani migliore.